La rivoluzione del Coworking
Nel 2020 parlare di lavoro da remoto significava soprattutto parlare di una necessità improvvisa. Milioni di persone stavano sperimentando per la prima volta la possibilità di lavorare lontano dall’ufficio e, quasi inevitabilmente, iniziavano a chiedersi se quel cambiamento potesse avere conseguenze più profonde sul modo di scegliere dove vivere.
A Villaggio Saggio ci ponemmo una domanda leggermente diversa: se possiamo lavorare da luoghi differenti, perché alcuni di questi luoghi non potrebbero essere i piccoli borghi italiani?
Da quella domanda nacque a Offagna un’esperienza concreta di coworking.
Oggi quello spazio non esiste più. Vale quindi la pena dirlo subito, soprattutto a chi arriva su questa pagina diversi anni dopo la sua prima pubblicazione.
Eppure questo articolo merita di rimanere online.
Perché racconta qualcosa che abbiamo fatto realmente e soprattutto perché molte delle intuizioni nate allora continuano ad accompagnare la ricerca di Villaggio Saggio sui borghi, sulla qualità della vita e sulle nuove forme dell’abitare.
Un coworking dentro un borgo medievale
Il primo spazio nacque nei locali che avevano precedentemente ospitato una banca nel centro di Offagna, piccolo borgo collinare della provincia di Ancona.
L’idea era apparentemente semplice: alcune postazioni di lavoro, una connessione adeguata, uno spazio per incontrarsi e la possibilità di lavorare senza dover necessariamente raggiungere una città.
In realtà stavamo sperimentando qualcosa di più ampio.
Il coworking poteva diventare una piccola infrastruttura sociale del paese: un luogo utilizzato da professionisti, studenti, formatori, persone di passaggio e abitanti.
Intorno allo spazio immaginammo anche attività formative, podcast, comunicazione, musica e collaborazioni con artigiani e professionisti locali.
Il punto centrale stava proprio qui: portare il lavoro nel borgo significava provare a portare nel borgo anche relazioni, competenze e opportunità.
Dal lavoratore remoto all’abitante temporaneo
Rileggendo oggi quell’esperienza, uno degli aspetti più interessanti riguarda le diverse permanenze che avevamo immaginato.
C’era il professionista di passaggio che aveva bisogno di lavorare per una giornata.
C’era chi avrebbe potuto trascorrere nel borgo una o più settimane continuando la propria attività professionale.
E c’era una possibilità ancora più ambiziosa: scegliere il borgo come luogo nel quale trascorrere una parte significativa della propria vita, mantenendo relazioni professionali con territori anche molto lontani.
Allora parlavamo soprattutto di nomadi digitali e smart working.
Oggi quella riflessione si è evoluta.
La questione che ci interessa maggiormente riguarda la possibilità di diventare abitanti temporanei o stagionali, persone capaci di trascorrere alcune settimane o alcuni mesi in un territorio entrando progressivamente nella sua quotidianità.
È una differenza importante.
Il turista osserva un luogo.
L’abitante, anche quando rimane soltanto per una stagione, comincia invece a parteciparvi.
Compra nei negozi, frequenta gli spazi pubblici, incontra le persone, partecipa agli eventi, utilizza servizi, costruisce relazioni e può mettere a disposizione competenze.
È proprio questa continuità di presenza che può diventare interessante per i piccoli centri.
Il coworking da solo non basta
Questa è probabilmente una delle lezioni più importanti che possiamo ricavare dall’esperienza.
Aprire alcune scrivanie e mettere una connessione veloce dentro un edificio storico non produce automaticamente rigenerazione.
Lo spazio fisico è solamente un’infrastruttura.
Intorno devono esserci una comunità, servizi, opportunità di incontro, attività economiche, abitazioni accessibili e motivazioni sufficientemente forti per restare.
Un borgo capace di attrarre nuovi abitanti temporanei deve quindi interrogarsi su molti elementi contemporaneamente: dove potranno vivere queste persone, dove potranno lavorare, quali servizi troveranno, quali relazioni potranno costruire e soprattutto quale ruolo potranno avere all’interno della comunità.
È lo stesso motivo per cui oggi osserviamo con grande attenzione la presenza di botteghe, locali disponibili, spazi culturali, corti, palazzi, laboratori e immobili che possano ospitare contemporaneamente vita, lavoro e socialità.
Il coworking rappresenta uno dei tasselli possibili. Il progetto vero riguarda il territorio.
Dal coworking alla comunità
Nel progetto del 2020 avevamo utilizzato un’espressione curiosa: “partecip-attivi”.
Volevamo distinguere chi visita semplicemente un luogo da chi, pur arrivando da fuori, decide di partecipare alla sua vita.
Forse oggi utilizzeremmo parole differenti, ma l’intuizione rimane.
Un piccolo borgo può diventare interessante quando riesce ad accogliere persone che portano tempo, professionalità, relazioni e desiderio di partecipazione.
Significa immaginare spazi nei quali un professionista possa lavorare al mattino, partecipare a un’attività culturale nel pomeriggio, incontrare un artigiano locale, contribuire a un progetto e condividere una cena con altre persone.
Il confine tra luogo di lavoro, luogo di vita e luogo di relazione diventa molto più sottile.
Ed è precisamente questo il punto che oggi ci interessa esplorare.
Un progetto terminato può continuare a produrre valore
Il coworking di Offagna appartiene alla storia di Villaggio Saggio.
Lo spazio ha terminato la propria esperienza e sarebbe sbagliato presentarlo oggi come un servizio ancora disponibile.
Ma la fine di uno spazio non cancella ciò che quello spazio ha permesso di comprendere.
Ha mostrato che era possibile trasformare un locale inutilizzato in un luogo di lavoro e incontro.
Ha fatto incontrare persone differenti.
Ha permesso di sperimentare attività formative e professionali all’interno di un piccolo centro.
Soprattutto ci ha costretto a guardare al borgo attraverso una prospettiva nuova.
Un borgo può essere qualcosa di più di un luogo da conservare o visitare. Può tornare ad essere un luogo nel quale abitare, lavorare, imparare, produrre e costruire relazioni.
Da allora il nostro pensiero si è evoluto molto.
Oggi ragioniamo di abitanti temporanei e stagionali, di spazi da riattivare, di formazione, di nuove economie locali, di case condivise e di comunità capaci di accogliere persone provenienti da altri territori.
Il coworking del 2020 è stato uno dei primi esperimenti di questo percorso.
Ed è proprio per questo che continuiamo a raccontarlo.
Perché davanti a molti progetti territoriali è facile fermarsi alla domanda: “Si può fare?”
Qualche volta possiamo rispondere con qualcosa di più concreto di un’idea.
Possiamo farlo. E alcune cose le abbiamo già fatte.
Come un Coworking nel borgo cambia la realtà locale
Per poter raggiungere un buon risultato occorre avere una buona connessione, meglio se fibra.
Questa permette di lavorare in tranquillità per chiunque (grafici, giornalisti, formatori, manager che fanno call o webinar ecc). Partendo da questo presupposto è possibile immaginare la crescita di progetti diffusi e ben collegati.
Siamo partiti dal Wise Coworking per creare un punto di incontro e formazione locale professionale. Un posto dove gli universitari possono ritrovarsi per studiare e gli smartworker locali possono fare rete.
Lavorando insieme è più facile progettare e immaginare percorsi comuni di crescita.
Aprire questo spazio anche agli esterni è il primo percorso di “coinvolgimento”. I visitatori non sono più solo turisti che migliorano le vendite dei negozi locali ma sono PARTECIP-ATTIVI . Ovvero sono persone che aiuteranno il borgo a rinascere grazie alla loro presenza e attività locale. Abitare un borgo e farlo sentire vivo è un obiettivo nobile oltre che utile.




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